Fare esperienza dei “no” per imparare a sopravvivere ad essi

Nell’educazione dei propri figli, spesso i genitori temono che la negazione (dire di “NO”), possa non solo compromettere la relazione con i figli, ma anche sfociare in reazioni di pianto e rabbia difficilmente gestibili.

Entrano così in gioco due aspetti strettamente legati all’individualità del genitore: il senso di colpa provato al timore di modificare un legame affettivo e l’incapacità di controllare e dirigere una risposta incandescente. Queste matrici infantili impediscono di occuparsi dei figli e spingono invece ad occuparsi di sé e delle proprie esperienze d’infanzia nel tentativo di riscattarle e bonificarle. Ciò spiega quanto sia importante che i genitori, con il giusto supporto professionale, si “dedichino a sé stessi” prima di educare i propri figli per un benessere sia condiviso all’interno del legame che personale/individuale bambino-adulto.

Dire no, implica una relazione conflittuale in cui a parte i sentimenti di rabbia e tristezza, si sperimenta la solitudine derivante dalla negazione. Viene a rappresentarsi l’elemento di separazione, di alterità, di distanza e fine dell’illusione che sia possibile realizzare un’unità fusionale non conflittuale. Dunque permette di entrare in contatto e riconoscere l’esistenza dell’altro indipendente dalla propria in un nuovo rapporto che accetta le complicazioni ed impara a comprenderle e gestirle senza doverne rinunciare in caso di contrasto. Insegnare gradualmente il bambino a confrontarsi con il “no” condurrà il giovane e poi adulto ad accettare i divieti, i limiti, le regole, la resistenza, l’accettazione, il cambiamento, e soprattutto il rispetto per l’altro.

Dicendo di no, utilizzando in modo sano il “conflitto” si permette ai bambini e ai ragazzi di cercare, di scoprire e di usare le proprie risorse cognitive, emotive, affettive, valoriali, comunicative e sperimentarle per le diverse fasi di vita che si troveranno a fronteggiare. I no sono diversi a seconda dell’età e dello sviluppo e rispondono a precise esigenze di crescita e individuazione che insieme delineeranno la personalità del soggetto. “Nella prima infanzia il no è di divieto. Sono rivolti principalmente ai pericoli che il bambino incontra e aiutano a costruirsi una segnaletica di base per muoversi nello spazio e riconoscere il rischio.

Tra la prima e la seconda infanzia i no sono quelli di limite nei primi rapporti con gli altri e sulle proprie possibilità non di onnipotenza ma di attivazione di nuove risorse. Imparare a gestire la frustrazione che nasce dall’incontro con l’altro è una capacità fondamentale e protettiva per il futuro. Nella seconda infanzia il no è quello della regola: una bussola per orientarsi verso l’autonomia. Ogni volta che viene data una regola non si limita la libertà personale ma si crea uno spazio di separazione in cui esercitarsi proprio allo sviluppo di una sana libertà.

Nell’adolescenza, invece, il no è quello della resistenza. Serve ai ragazzi per aiutarli a scoprire e portare avanti il proprio progetto di vita”. Inoltre, spiegare la negazione, invece che imporla suscita nel bambino e ragazzo un’attività cognitiva maggiore volta a comprenderle le motivazioni, imparare a dialogare su di essere, capire come accettarle e scoprire la propria abilità di riadattamento a qualcosa che fino a poco prima non conosceva.

Non si tratta quindi di un’educazione autoritaria e assolutistica, ma un modo responsabile di prendersi cura e accudire il proprio figlio nella prospettiva futura di uomo. Il fanciullo già predisposto al no, avrà maturato una predisposizione diversa alle situazioni e all’altro, ciò non solo facilità il maggiore fluire di benessere psicofisico individuale, in quanto saprà far fronte alle sconfitte, agli impedimenti, al maggiore sacrificio e alla rimodulazione attraverso gli strumenti dapprima dati dai genitori e poi creati da sé, ma anche alla gestione delle relazioni con gli altri ed alla comunicazione.

Nell’epoca della violenza, utilizzata dall’uomo come unica capacità di risposta ai “NO” della vita e dell’altro, è necessario ristrutturare l’identità e la relazionalità partendo dall’infanzia e attribuendo a quest’ultima un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’uomo.

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